lunedì 6 giugno 2011

Siamo tutti uguali di fronte alla legge ma, "Qualcuno è più uguale degli altri"


Il nucleare: interrogativi etici.


La decisione del governo italiano di soprassedere al risultato del referendum del 1987 e di riproporre la costruzione di centrali nucleari, ha rinnovato la discussione su questa forma di approvvigionamento energetico. Qui non si discutono gli aspetti tecnici, economici, giuridici, sociali del problema, ma vengono presentate alcune perplessità di carattere etico.

1. Il vincolo morale del futuro: scorie e limitatezza

Il futuro si pone sempre più come orizzonte etico imprescindibile: non siamo responsabili solo delle conseguenze immediate del nostro agire, ma anche degli oneri che scarichiamo sulle generazioni future. L’industria nucleare lascerà quantità enormi di scorie radioattive da sistemare (dove non si sa), un gran numero di centrali a fine vita da demolire, l’impossibilità di costruirne di nuove per l’esaurimento del minerale sufficientemente ricco d’uranio da rendere conveniente l’estrazione che è molto energivora.

2. L’etica della complessità e la virtù della prudenza

Una centrale nucleare è un impianto molto complicato e quindi molto vulnerabile. Aumentando la complessità, cresce anche il rischio di errore, di guasto, di imprevisti. Nessuna tecnologia è al riparo da cedimenti impensati. Si ricordino i disastri petroliferi (Exxon Valdez 1989, Prestige 2002, Golfo del Messico 2010) o gli incidenti nucleari molto frequenti anche dopo Cernobyl (1986), ma sottaciuti dalle aziende e dai governi per evitare (così si dice) allarmismi. Ci occorre più umiltà e più prudenza. Le tecnologie sono utili, ma fragili. La complessità è sempre un rischio, da correre solo se necessario. Non conosciamo e non dominiamo tutto, né le nostre tecnologie né gli eventi naturali. Terremoti e tsunami, come quello che ha devastato la centrale di Fukushima in Giappone (2011), non sono prevedibili. Altrettanto incerto risulta prefigurare l’intensità e la frequenza delle alluvioni e delle siccità (le centrali nucleari utilizzano molta acqua!), soprattutto in tempi di cambiamenti climatici come i nostri.

3. La concentrazione del potere

Chi produce energia ha in mano i destini di una società. Una produzione energetica massiccia e concentrata mette a repentaglio la democrazia. Già oggi le multinazionali del petrolio condizionano governi e politiche. Già oggi l’industria nucleare, anche civile, è controllata dai militari che ne usano i prodotti per costruire armi convenzionali (uranio impoverito) o bombe atomiche ed è coperta da segreti che ne rendono poco trasparente la gestione. Dovremmo sfruttare fonti di energia diffuse e a disposizione di tutti, come il sole o il vento o l’acqua o la geotermia. Lo Stato deve assicurare una rete elettrica (pure complessa, ricordiamo l’oscuramento del settembre 2003, ma questa sì necessaria) adatta alla distribuzione e allo scambio di infiniti punti produttivi. La democrazia reale passa anche attraverso questo.

4. La colpevole pigrizia di passare ad un nuovo modello economico

L’energia nucleare ci illude ancora una volta che sia possibile uno sviluppo materiale infinito. Più ritarderemo il maturare di una coscienza collettiva circa i limiti del mondo, più procureremo infelicità a noi e ai nostri discendenti. L’acqua, l’aria, i minerali, l’energia, tutto è presente sulla terra in quantità finita e quindi necessita di lucidità programmatica e di giustizia distributiva. In caso contrario sarà la guerra e la fame: il nucleare serve forse a ritardare un po’ lo scontro (tra chi ha e chi non ha), ma non a scongiurarlo. Occorre una economia nuova: non più fondata sul falso presupposto dell’abbondanza, ma sulla realistica constatazione del limite. Una economia non più fondata sul liberismo ed individualista, ma fraterna e frugale: tutta da inventare, ma per la quale merita di spendere intelligenza, amore e, per chi crede, fede.

5. Il principio di precauzione

Laddove c’è l’esigenza di prendere decisioni difficili in condizioni di incertezza scientifica e in presenza di rischi occorre applicare il “principio di precauzione”. “Ogni decisione deve essere presa in modo per quanto possibile trasparente e deve essere provvisoria e modificabile in base a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte”. Si tratta, cioè, di un’istanza cautelativa, che si affianca peraltro anche all’esigenza di “promuovere ogni sforzo per acquisire conoscenze più approfondite” (469 CDSC). Per quanto riguarda l’energia nucleare, si sottolinea soprattutto l’esigenza di “elevare i livelli di sicurezza” (470 CDSC). Produrre energia deve essere sicuro ed al servizio di tutti. Alla luce del principio di precauzione, come possiamo valutare l’opportunità del nucleare se gli accordi internazionali in vigore evidenziano la dipendenza dell’Oms (organizzazione mondiale della sanità) all’Aiea (l’agenzia Internazionale per l’Energia Atomica)? Vi è, infatti, il sostanziale divieto di produrre indagini autonome sugli effetti sanitari delle radiazioni ionizzanti. Questo ha prodotto uno spaventoso vuoto di conoscenze in qualsiasi istituzione pubblica.

A cura di: Don Gabriele Scalmana (Salvaguardia del Creato della diocesi di Brescia), don Silvio Piccoli e Antonio De Lellis (Pax Christi Termoli; Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi di Termoli-Larino)

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